Sulle tracce degli antichi mestieri

 

 

La produzione e la commercializzazione di lana dal medioevo in poi erano strettamente legate alla qualitá del procedimento e della rifinitura del filato.

 

Il processo di rifinitura si componeva di diverse fasi, tra cui la piú importante era quella della follatura; attraverso tale processo si riducevano sensibilmente le dimensioni del tessuto che veniva ora compattato, acquistando spessore e compettezza nella trama. Fin dall'epoca romana, tale processo si realizzava con i piedi: il tessuto, ingrassato in un bagno apposito, veniva poi adagiato in grandi bacini e pestato letteralmente con i piedi.

Secondo varie testimonianze e documenti, intorno all'anno Mille, venne introdotta nella lavorazione del tessuto di lana una nuova macchina, la gualchiera, che sostituiva il lavoro manuale della follatura con un procedimento "industriale" che sfruttava la potenza della corrente di un corso d'acqua.

Nella zona di Firenze e nei territori limitrofi è documentata la presenza delle prime gualchiere giá a partire dal 1100, in particolare è riportata l'esistenza dei primi congegni atti a gualcare montati sulle barche fluviali, ormeggiate sulla riva destra dell'Arno davanti alla Chiesa di Ognissanti.

 

Durante il Trecento, alcune importati famiglie fiorentine come gli Albizi si appropriarono del settore della produzione e del commercio della lana, costruendo lungo le rive dell'Arno veri e propri stabilimenti. I principali edifici che vennero costruiti per gualcare furono le Gualchiere di Remole, di Quintole, del Girone e di Rovezzano, gli ultimi tre sulla sponda destra dell'Arno, mentre la prima sulla sponda sinistra, in uno spazio abbastanza circoscritto, lungo circa dieci chilometri. In questa zona, il fiume aveva le carattteristiche tali per poter servire un opificio idraulico: il corso era estremamente sinuoso e il susseguirsi di curve creava ampi gomiti di terra dove si erano sviluppati insediamenti e campi fertili. A conferma di questo, è interessante notare come, secondo le ricostruzioni, le gualchiere di Quintole, Girone e Rovezzano erano precendentemente mulini per la macinatura del grano, che vennero convertiti in opifici della lana dopo lo sviluppo del commercio del filato.

 

La Corporazione dell'Arte della Lana inizió ad essere una delle piú importati di Firenze, sia per numero di persone che lavorava in essa che per l'ampiezza degli affari: costituiva quasi un mondo a sè, acquisendo un carattere estremamente capitalistico e oligarchico, che quasi nessuna altra corporazione possedeva.

L'Arte della Lana, dal Trecento in poi inzió ad affermare il proprio predominio acquistando strutture (entreranno sotto la sfera della Corporazione tutte le strutture del Valdarno fiorentino), strumenti per le lavorazioni, ecc...ed esercitando una forte influenza sulle scelte politiche della Firenze dell'epoca. L'organizzazione dell'Arte della Lana e il suo immenso potere economico sopravvissero fino al 1782, quando il granduca Pietro Leopoldo, nel quadro di un piano di riforme di carattere economico, decise di abolire le magistrature e i tribunali che avevano giurisdizione sulle arti, e quindi di fatto anche la Corporazione dell'Arte della Lana, i cui beni e possedimenti passarono sotto la proprietá dell'Opera di Santa Maria del Fiore (o Opera del Duomo) che fu obbligata a conservare e mantenere tutte le strutture predisposte alla lavorazione della lana.

 

LE GUALCHIERE DI REMOLE

Unica testimonianza ancora visibile dell'antica arte del gualcare il tessuro di lana è la struttura delle Gualchiere di Remole, situata nel territorio di Bagno a Ripoli.

Nel processo di produzione del tessuto di lana, la fase piú complicata ed onerosa era quella della gualcatura dei panni, che richiedeva l'utilizzo dell'energia idraulica che doveva essere convogliata ai macchinari, attraverso una serie di opere di ingegneria idraulica.

La gualchiera consisteva, quindi, in un insieme di congegni cordinati il cui scopo era quello di convogliare l'acqua, un sistema di canalizzazione e dei macchinari veri e propri per trattare il tessuto. Alcuni di questi elementi sono ancora visibili nella struttura delle Galchiere di Remole, attiva giá dal XIV secolo, e che, a differenza di tutte le altre gualchiere dell'Arno inferiore, è posta sulla riva sinistra del fiume. L'edificio, prospicente l'Arno, è raggiungibile attraverso una serie di ponti in muratura (quasi tutti ottocenteschi) che permettevano di passare il canale utilizzato per convogliare l'acqua ai macchinari (gora di carico); caratterizzato da due massicce torri merlate e da una pianta quadrata, la struttura ricorda quella di un castello medioevale, con il borgo tradizionalmente destinato agli alloggi per i lavoratori ed i magazzini, sul lato opposto del piazzale principale.

Nel terreno che accoglie gli edifici, sono dislocate le opere di ingegneria idraulica indispensabili per il funzionamento della Gualchiera: la pescaia delle Sieci, lunga quasi 200 metri, costruita prima di una grande ansa dell'Arno in modo da creare un grande bacino profondo in grado sia di assicurare il rifornimento d'acqua anche in periodi di siccitá che di frenare eventuali inondazioni ed allagamenti; la casellina, un edificio abbastanza piccolo al cui interno erano custoditi appositi verricelli che regolavano l'apertura e la chiusura della cataratta, che permetteva il passaggio o meno dei fasci di tronchi provenienti dal Casentino e diretti fino a Firenze, e i meccanismi per la regolazione del flusso d'acqua nel canale.

Le ruote idrauliche delle gualchiere venivano azionate da un flusso d'acqua regolabile mediante apposite cassette chiamate docce, alle quali l'acqua arrivava tramite bocchette di presa, visibili ancora oggi in periodi di magra del fiume, per poi defluire dai canali di scolo in Arno.

Tali opere di ingegneria, databili intorno alla seconda metá del XIV secolo, evidenziano la magistrale capacitá tecnica e l'intelligenza creativa di chi le progettó, ma anche della famiglia che ne promosse la realizzazione, quella degli Albizi, che ne mantenne la proprietá fino al 1541, quando la proprietá passó alla Corporazione dell'Arte della Lana.

Sulle origini del complesso di Remole, alla luce anche della sua caratteristica struttura, ci sono due diverse teorie contrastanti: da un lato si afferma che il sito era presistente allo sviluppo della produzione della lana, come castello medievale databile intorno al X secolo; dall'altro, nonostante la struttura ricordi il tipico fortilizio, l'eccesiva esilitá delle strutture murarie non farebbe ricondurre l'edificio a un vero e proprio castello, ma si tratterebbe di un complesso costruito ex novo intorno al XIV, a compimento dell'Opus Novarum Gualcherarum.

La decadenza dell'industria laniera fiorentina determinó la fine della funzione delle Gualchiere di Remole, le cui pile furono sostituite da altrettanti mulini per soddisfare le crescenti richieste alimentari di una Firenze in continua espansione.

 

LAVANDAI E CURANDAI

Il mestiere del lavandaio ha origini antichissime: si hanno testimonianze, infatti, di botteghe di lavandai giá nell'antica Roma chiamate fulloniche, dove si lavavano e smacchiavano le vesti, in particolare toghe di uso comune.

Nel territorio fiorentino è noto che giá a partire dal XI secolo si sviluppó l'arte della lana e quella ad essa associata della gualcatura, dapprima su grandi barche ancorate sulle rive del fiume, e successivamente all'interno di impianti apposti, le gualchiere. Tale sviluppo permise la nascita di attivitá e mestieri ad essa collegati come quella del curandaio, addetto all'imbiancatura dellla tela greggia, o del lavandaio, addetto in particolar modo al candeggio dei filati e dei tessuti, che serviva ad eliminare il colore grezzo della tela e a donarle un colore bianco.

Le prime notizie su lavandai e curandai a Bagno a Ripoli risalgono proprio all'epoca in cui le gualchiere di Remole, Quintole, Girone e Sant'Andrea a Rovezzano acquistano un'importanza fondamentale per il settore della produzione e del commercio della lana fiorentina in tutta Europa.

Fino circa al 1800 curandai e lavandai si concentreranno proprio nelle zone vicine alle gualchiere: Candeli, Vicchio di Rimaggio e a Quarto.

Con la fine dell'epoca d'oro del commercio della lana fiorentina e la succesiva riconversione delle gualchiere in mulini per la produzione alimentare, l'attivitá di lavandaio si svilupperá principalmente nell'abitato di Grassina, tanto che il Repetti, nel suo Dizionario, afferma che "la maggior parte degli abitanti del borgo di Grassina si occupa del mestiere di lavandaio di panni lini, profittando delle non copiose acque del fiume medesimo". A Grassina, secondo le ricostruzioni archivistiche, nel 1841 il mestiere di lavandaio si esercitava in 31 famiglie, occupando circa 300 persone. La categoria dei lavandai, benché svolgano un'attivitá dura e faticosa, viene considerata una sorta di aristocrazia artigiana per condizioni di vita, condizioni e ore di lavoro, ben piú favorevoli rispetto a quelle a cui sono sottoposti mezzadri e braccianti.

Nel 1885, la famiglia Cocchini, una delle prime famiglie di lavandai e curandai a Grassina, impianta la prima fabbrica di lisciva, un mix di sapone e soda cristallizzata, sostituendola al ranno fatto con la cenere.

La nuova lisciva veniva prodotta sul modello di quella di Rosignano, un composto di Soda Solvay e grasso, e veniva venduta ai lavandai della zona del Ripolese, portata a mano in un carretto. Il lavoro dei lavandai era così organizzato: il lunedì giravano tutta Firenze per raccogliere la biancheria da lavare, la adagiavano in sacchi trasportati da un carro tirato da un asino (sostituito poi successivamente da mezzi piú moderni); la sera del lunedi si divideva la biancheria, la si preparava per il lavaggio, e si approntava la lisciva che veniva fatta bollire per poi versarla nelle grandi conche ricolme di biancheria, che venivano lasciate a bollire tutta la notte. Il martedì mattina tutta la biancheria veniva portata al fiume (Grassina o Ema) per il risciacquo in acqua corrente; quando la biancheria era lavata la si poneva ad asciugare, lungo le strade pubbliche e i viottoli di campagna, dato che erano ben pochi i lavandai che potevano disporre di uno spazio privato per porre ad asciugare i panni.

Nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, il mestiere dei lavandai continua ad essere diviso in tante piccole aziende, a gestione familiare, ed iniziano a vedersi le prime innovazioni: la tesa all'aperto va pian piano scomparendo, sostituita dalla tesa in locali appositi, detti seccatoi, grandi stanze scaldate da un fornello con i panni stesi su carrelli binari. Solo negli anni Settanta, il settore sará completamente industrializzato in termini di strumenti (si introducono le lavatrici) e settorializzato ad un clientela piú specifica (alberghi, ristoranti, ecc) piuttosto che le singole famiglie, ormai in grado di lavare i panni in casa propria con i moderni saponi e tecnologie.

 

 

LE FORNACI



Grazie alla presenza dell'Arno e degli altri corsi d'acqua, con i depositi sabbiosi creatisi in seguito alle piene, si diffusero fornaci da laterizi, da calce e "da bicchieri". Le caratteristiche dei depositi lasciati dal fiume, argillosi e sabbiosi per la maggior parte, permettevano di disporre di grandi quantitá di materia prima senza la necessitá di effettuare grandi spostamenti.

Secondo alcune testimonianze il terreno lungo il corso dell'Arno era uno dei più idonei per la produzione, mentre la presenza di boschi intorno garantiva il legname necessario per la combustione e la cottura dei manufatti. Inoltre, intorno alla seconda metá del '400, venne stabilito per legge che le fornaci dovessero essere dislocate per motivi di sicurezza fuori dalla cittá, ed in particolare fuori dalla "Porta di Croce", cioé nella piana dell'Arno ad est della cittá.

Si ipotizza che anche Luca della Robbia avesse il suo laboratorio con fornace proprio nel territorio ripolese, sul poggio di Quarto tra Rimaggio e Bagno a Ripoli. Localizzare l'esatta ubicazione di questa fornace non è così semplice, data la scarsitá di documenti, ma si è portati a credere che questa fosse la bottega attribuita, in epoche successive, al "bicchieraio" Francesco da Figline. Nei documenti toscani del Quindicesimo secolo, con il termine "bicchierajo" era infatti indicato il proprietario di una o piú fornaci da bicchieri; la lavorazione del vetro fu incoraggiata e protetta a Firenze fin dal 1525, quando fu proibita l'importazione del "vetrame lavorato forestiero": tali provvedimenti, confermati sicuramente fino al 1679, spinsero molti fabbricanti di bicchieri a trasferirsi nella zona del Valdarno, occupando le vecchie fornaci giá esistenti.

Alcuni bicchieri assunsero nomi prettamente fiorentini e legati alla famiglia che li produceva, ad esempio, il bicchiere "Peruzzi", casata che aveva possedimenti e fornaci nella zona tra Ruballa e l'Antella (un'antica fornace si trova all'interno della Villa Peruzzi, lungo la strada che porta al fosso di San Giorgio).

Le fornaci ripolesi si basavano in maggioranza su una manodopera strettamente familiare, come la fornace Vantini presso Capannuccia; fece eccezione la fornace del Ginori all'Antella, le cui dimensioni richiedavano forza lavoro in gran quantitá.

La tecnologia tradizionale delle fornaci si basava sulla cottura a fuoco intermittente, accendendo e spegnendo il forno ogni volta; soltanto nel 1911 a Capannuccia venne introdotto un forno con impianto a fuoco continuo, che permetteva risparmio in termini di tempo e risorse.



 

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