Itinerario 2 - Le Vie del Sacro: i Pivieri di Bagno a Ripoli, Villamagna e Antella

 

LE VIE DEL SACRO:

 

Bagno a Ripoli - Villamagna-Antella

 

Tipo di percorso: asfaltato, percorribile in macchina, moto e bicicletta.

Durata: una giornata

Difficoltà: facile

 

Il nostro itinerario parte dalla Pieve di S. Pietro a Ripoli (vedi approfondimento pag. 22), situata lungo un' antica via di pellegrinaggio che permetteva di raggiungere Roma, Assisi e il santuario di Loreto. Nel corso del Medioevo il tracciato assunse particolare importanza per gli scambi tra Firenze ed Arezzo. A testimonianza dell'intensità dei transiti erano numerose le strutture di ospitalità e assistenza che punteggiavano la strada, concentrandosi nelle principali località: nel XIV secolo è documentata lungo l'antico percorso un gran numero di locande, enti ospedalieri ed osterie che non aveva eguali in tutto il contado fiorentino.
Percorrendo questo antico tragitto, incontriamo subito la chiesa di Santa Maria a Quarto, che deve la sua denominazione al fatto di essere collocata al quarto miglio dell'antica via Aretina. Sebbene dell'originario edificio duecentesco restano ben poche tracce se non le mura perimetrali in alberese con un ingresso
medievale sul lato sinistro esterno con una lunetta affrescata (fine XIV secolo), la chiesa merita comunque una breve visita.
Lasciando alle nostre spalle la chiesa di Santa Maria a Quarto in direzione Pontassieve, si raggiunge la località di Candeli; qui si eleva maestosa la chiesa di Sant'Andrea a Candeli, antica badia benedettina in cui è custodito un importante crocifisso.


Da Candeli imbocchiamo ora Via di Villamagna fino a raggiungere l'omonimo abitato, dove si erge la Pieve di San Donnino, celebre esempio di architettura medievale, restaurata e ampliata in periodo romanico, di cui tuttavia sono conservati molti elementi originali (Vedi approfondimento pag 23).
Continuiamo il nostro itinerario seguendo le indicazioni per il Convento dell'Incontro. Sulla strada possiamo ammirare l'Oratorio del Beato Gherardo, luogo in cui si narra che il santo si ritiró nel Duecento per condurre una vita monastica.
Lasciato alle nostre spalle l'Oratorio, proseguiamo lungo la tortuosa strada in salita fino a raggiungere il Convento di San Francesco all'Incontro. Qui consigliamo di lasciare la macchina e di concedersi una rilassante passeggiata nei luoghi intorno al convento.
Lasciando il colle dell'Incontro e tornando nei pressi dall'abitato di Bagno a Ripoli, vi consigliamo di imboccare la strada comunale di Ritortoli. Dopo poche curve, girando a sinistra una volta terminata la salita, potrete ammirare la caratteristica chiesa di San Tommaso a Baroncelli, posta sull'omonimo poggio e completamente immersa nella natura. Alcune fonti affermano che questa chiesa fu edificata sui resti di un fortilizio longobardo, di cui però non è pervenuta alcuna traccia. Al suo interno sono custoditi un importante affresco raffigurante un'Annunciazione attribuita alla scuola del Beato Angelico, e uno stendardo cinquecentesco recante un prezioso crocifisso ricamato; del Settecento dono di Cosimo I° de' Medici alla popolazione ripolese, questa reliquia è stata venerata fino ad epoche recenti perché ritenuta miracolosa.
Poco distante dalla collina di Baroncelli, nella panoramica via del Carota in località Ponte a Ema, troviamo l'oratorio di Santa Caterina delle Ruote a Rimezzano, la perla del territorio di Bagno a Ripoli.

Proseguendo verso via del Carota, riprendiamo l'antica Via Romea, percorrendo l'antico cammino su cui transitavano i pellegrini per raggiungere uno dei più importanti luoghi di ricovero e conforto di tutta la Toscana, l'Antico Spedale del Bigallo.
Fondato nella prima metà del Duecento e affidato nel 1245 alla Compagnia Maggiore della Vergine Maria (che verrà chiamata successivamente del Bigallo), questo luogo serviva come albergo per i pellegrini e luogo di assistenza per i viandanti. Attualmente la struttura ospita un ostello e spazi per eventi di varia
natura. Si consiglia di esplorare a piedi la zona circostante sul colle dell'Apparita, caratterizzato da un susseguirsi di paesaggi naturali e viste mozzafiato su Firenze e Valdarno. Si narra che durante l'assedio della città di Firenze da parte del Principe d'Orange, arrivato questi sul colle dell'Apparita, esclamò: "... Se  avessi una patria così bella la difenderei …!"
Ripercorrendo al contrario via del Bigallo e Apparita e deviando per la storica via di Terzano, si passa sotto la volta dell'Arco del Camicia (oltre il quale è possibile ammirare una casa torre duecentesca) per poi raggiungere la Chiesa di Santo Stefano a Paterno, moderna Chiesa in stile neoromanico erede di
quella antica ormai scomparsa. Al suo interno si conserva un bellissimo crocifisso dipinto Christus Patiens caratterizzato da un'intensa drammaticitá della figura, opera della fine del XIII secolo di un seguace di Cimabue, Gaddo Gaddi. Il dipinto è stato posto in relazione alla Compagnia del Bigallo, come probabile
committente, a causa del curioso anagramma indicato dalla lettera "B" sormontata da un gallo (Bi-gallo), dipinto nel suppedaneo.
La chiesa conserva anche un affresco staccato con l'immagine della Vergine con l'angelo, di scuola fiorentina del sec. XV, adorna di gioielli che ne attestano l'importanza devozionale, e una Madonna e San Giuseppe adoranti il Bambino, copia da Fra Bartolomeo attribuita a Fra Paolino da Pistoia.
Non lontano da, qui imboccando Via della Croce, una strada in parte asfaltata e in parte "bianca" con un incredibile vista su Firenze, dopo una breve deviazione raggiungiamo la Chiesa di San Lorenzo a Vicchio di Rimaggio, già documentata nel XII secolo, all'interno della quale sono custoditi importante affreschi tardo
trecenteschi, attribuiti al pittore fiorentino Cenni di Francesco.
Tornando indietro su via Roma (SP 1) e dirigendosi verso l'abitato di Osteria Nuova, è possibile raggiungere la localitá Ruballa, dove si trovano due importanti esempi di chiese di campagna medievali: San Quirico e Giulitta a Ruballa e San Giorgio a Ruballa. Adiacente alla chiesa si trova un caratteristico Museo di Arte Sacra.
Percorrendo Via Peruzzi si arriva all'abitato dell'Antella. Il nucleo storico del paese ha origini molto antiche: tra le tante ipotesi, infatti, quella piú attendibile fa risalire il toponimo al nome etrusco di persona Antinal, che per i latini sarebbe diventato Antilius (Antonio), e che al femminile fa Antulla. L'indiscussa antichitá del
luogo è confermata sia da ritrovamenti di epoca etrusca (fra i quali un frammento architettonico in pietra arenaria) sia dai ritrovamenti della villa di epoca romana di Publio Alfio Erasto.

Sulla piazza dell'Antella sorge la Pieve Romanica di Santa Maria, mirabile esempio di architettura medioevale.
Da piazza Peruzzi, imboccando via di Montisoni si giunge davanti al Cimitero Monumentale dell'Antella. Fu  costruito tra il 1855 e il 1856, mentre l'imponente arco d'ingresso, nel cui tamburo della cupola è presente un mirabile affresco di Galileo Chini, risale al 1912. Dalle progettazioni iniziali, il cimitero si è andato via via ampliando, accogliendo le spoglie di uomini illustri nelle arti, nelle scienze, nelle lettere; su tutti ricordiamo Galileo Chini, Isidoro del Lungo, Pio Fedi, Enrico Toselli e tanti altri.

IL BEATO GHERARDO

Gherardo Mecatti nacque nel 1174 da una famiglia di contadini che fu sterminata da una terribile pestilenza.
Rimasto orfano all'età di dodici anni fu adottato dai Foschi, proprietari delle terre dove lavoravano i suoi genitori e, giovanissimo scudiero, seguì il suo signore in Terrasanta finendo prigioniero dei Turchi. Dopo anni di tormenti e paure fu liberato, ma rimase a Gerusalemme abbastanza per rendersi conto delle atrocità e delle ingiustizie compiute nel nome della fede cristiana; decise perciò di ritornare a Villamagna per dedicarsi completamente alla preghiera e all'assistenza materiale e spirituale dei poveri del luogo.

In occasione di una successiva Crociata, Gherardo decise di ripartire per la Palestina al seguito di venti cavalieri dell'Ordine di San Giovanni ma la loro nave fu attaccata dai pirati; proprio in questa avventura, Gherardo si rese protagonista di un primo miracolo: invocando l'aiuto del Signore impose ai compagni di non abbandonare la nave e di resistere all'attacco dei Saraceni che, per grazia divina, morirono tutti in un naufragio.
Rimase in Terrasanta per altri sette anni durante i quali si prodigò per alleviare le sofferenze dei pellegrini ammalati, diventando oggetto di venerazione.Proprio per sfuggire alla richiesta di nuovi miracoli tornò in Italia dove conobbe Francesco d'Assisi da cui ricevette la consacrazione all'Ordine francescano.
Ritiratosi a Villamagna nel piccolo oratorio di campagna oggi a lui dedicato, continuò la sua opera di assistenza ai poveri; si narra, infatti, che ogni settimana visitava tre chiese: una il lunedì in suffragio delle anime purganti, una il mercoledì per ottenere la remissione dei propri peccati, la terza il venerdì a sconto dei peccati altrui e per la conversione degli infedeli.
Continuarono ad essergli attribuite miracolose guarigioni e piccoli prodigi; su tutti il miracolo delle ciliegie: in una fredda giornata d'inverno, stanco e spossato, frate Gherardo si appoggiò ad un albero di ciliegie per riposarsi ed ecco che improvvisamente l'albero si riempì di frutti maturi e succosi che lo sfamarono. In ricordo di questo prodigio fino a tutto il Settecento, ogni tre anni, si faceva la processione alle reliquie del Beato Gherardo, conservate allora nell'Oratorio, e durante questa funzione del 13 maggio venivano distribuite a tutti i presenti le ciliegie benedette in memoria del suo piccolo e semplice miracolo.

CHIESA E CONVENTO SAN FRANCESCO ALL'INCONTRO

La costruzione della Chiesa e del Convento dell'Incontro si devono all'opera di S. Leonardo da Porto Maurizio che qui fu inviato, nel 1709, dai superiori  francescani della Provincia Romana. Giovane francescano, Leonardo aveva chiesto di andare missionario in Cina; il Cardinale Colloredo gli aveva risposto: "La tua Cina sarà l'Italia". E fu così che la vita di San leonardo fu dedicata alla predicazione, alla devozione e alla diffusione del culto della Madonna (che riteneva lo avesse salvato dalla tisi) e Cristo in tutto il territorio italiano. La sua predicazione era drammatica e di tragica: spesso fra Leonardo si sottoponeva a volontari tormenti, ora ponendo la mano sulle fiaccole accese, ora flagellandosi a sangue; folle immense accorrevano ad ascoltarlo e rimanevano impressionate dalla sua bruciante paro la, che richiamava alla penitenza e alla pietà cristiana.
Il tema della Croce, tipicamente francescano, divenne centrale nelle sue prediche, tanto che San Leonardo divenne uno dei principali ideatori e promotori della Via Crucis, organizzandone quasi un centinaio.
Il Convento dell'Incontro, ultimato nel 1717 e chiamato La Solitudine dell'Incontro, divenne ben presto un vero e proprio theatrum sanctitatis, un punto di  riferimento della devozione fiorentina e di quella rurale limitrofa, fortemente legato alla fama e alla figura del suo fondatore.
La struttura attuale è frutto di un complesso lavoro di ristrutturazione e di rifacimento delle parti danneggiate dai bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. Si salvati dipinti dell'800 che illustrano i miracoli del fondatore ed è visibile una Madonna col Bambino del primo Trecento.

ORATORIO DI SANTA CATERINA A RIMEZZANO

L'Oratorio di Santa Caterina fu edificato, nel podere di Rimezzano, alle pendici del poggio di Baroncelli, a partire dal 1354, da Jacopo e Giovanni figli di Alberto degli Alberti, padroni di molte terre nel Piviere dell'Antella.
L'edificio è caratterizzato da un'estrema semplicità: le pareti esterne sono formate da regolari bozze in filaretto di alberese; la facciata a capanna è contrassegnata da un portale con archivolto a sesto acuto ospitante una lunetta un tempo affrescata, al di sopra del quale si dispone una tettoia molto spiovente. Sopra di essa si
apre un occhio con cornice in pietra, mentre sul retro della cappella si erge un campaniletto a vela.
L'interno, ad aula rettangolare, si conclude con una scarsella separata per mezzo di un grande arco a sesto acuto. Lo spazio è diviso in due campate entrambe
voltate a crociera con evidenti nervature in pietra.
La prima campata è priva di decorazioni mentre la seconda e la scarsella sono ricoperte da una splendida decorazione a fresco che si distende anche nelle parti voltate. Gli affreschi narrano le Storie di Santa Caterina d'Alessandria, venerata in tutto il medioevo per la sua sapienza, protettrice dei giudici e dei notai.
Il notevole intervento pittorico prese il via dalla scarsella con le scene relative al martirio della Santa. In questa prima fase si alternarono al lavoro due personalità
artistiche solo recentemente distinte dalla critica, il cosiddetto Maestro di Barberino, anonimo pittore di ambito orcagnesco e Pietro Nelli, un allievo di Bernardo Daddi che mitiga le spigolosità del primo maestro per mezzo di una elegante plasticità.
Al Maestro di Barberino sono assegnate l'Annunciazione nella lunetta della parete di fondo, il San Benedetto e il Santo Diacono nonché la decorazione delle vele e del sottarco della cappella e tre scene nella Scarsella. A questo punto i lavori si fermano per trent'anni e riprendono per volontà di Benedetto di Nerozzo degli Alberti che dispone per testamento che l'oratorio venga terminato con la storia della sepoltura della santa. Si dà così incarico di proseguire la decorazione dall'arcone trionfale rimasto interrotto a Spinello Aretino, pittore originario di Arezzo e molto affermato alla fine del XIV secolo. Questi completa la decorazione dell'arcone ricominciando poi la narrazione della vita della santa attraverso otto episodi, illustrati nelle lunette e nei riquadri sottostanti delle pareti.
Nelle vele della volta, i Quattro Evangelisti con i relativi simboli, mentre nell'arcone sono dipinti gli Apostoli con l'Agnus Dei e, lungo lo zoccolo, i busti dei Profeti.
Con la rovina della famiglia Alberti per l'oratorio cominciò un lungo periodo di decadenza.
Nel 1620 il rettore Francesco Venturi fece aprire una porta nella parte inferiore della figura affrescata di sant'Antonio abate e probabilmente sempre lui procedette all'imbiancatura degli affreschi nella scarsella.
Dopo vari passaggi di proprietà, il Comune di Bagno a Ripoli ha acquisito l'oratorio e, dopo due anni di lavoro, sono state restaurate le strutture e gli affreschi, pulendo e consolidando il ciclo pittorico, ricollocando gli intonaci distaccati e ripristinando le pitture coperte dagli stucchi dei precedenti interventi.
Attualmente l'oratorio ospita esposizioni artistiche e culturali, rassegne, matrimoni ed eventi.

ANTICO SPEDALE DEL BIGALLO

«Lungo l'antico e ripido tratto della via Aretina, poco prima di giungere al casale dell'Apparita, sorge un grandioso e severo edificio».
Così il Carocci, importante storico locale, descrive l'antico Spedale del Bigallo fondato nel 1214 da Dioticidiede di Bonaguida del Dado. Il toponimo "Bigallo" può essere ricondotto alla denominazione del luogo di Bivius Galli, in quanto bivio tra l'antica via del Gallo e la via Aretina.
Nel 1245 la proprietà e la gestione dello Spedale passò ad una confraternita religiosa di Firenze, formata principalmente da laici: la Compagnia di Santa Maria Maggiore, che prenderà il nome di Compagnia del Bigallo. Lo stemma della Compagnia divenne un gallo in campo azzurro, con la sigla S.M.B. (Sancte Marie de Bigallo).
Alla fine del Quattrocento lo Spedale accolse le monache provenienti dal Monastero di clausura di Casignano, che ne fecero il loro nuovo convento ufficialmente nel 1503, mantenendo aperto lo spedale per poveri e viandanti. La clausura a cui erano tenute le monache comportò la netta separazione dei due ambienti (spedale e monastero) e la chiusura dell'orto-giardino con alte mura. Nel corso del 1600 venne modificata la chiesa e costruita la sagrestia. Quando nel 1808 il monastero venne chiuso dal governo francese tutto il complesso divenne l'abitazione per diverse famiglie di contadini.
Il complesso dello Spedale del Bigallo è molto grande, composto da ambienti diversi. Nei locali già recuperati è stato ricavato un ostello, restituendo allo spedale la sua funzione originaria.
Il Bigallo ci regala uno splendido paesaggio con vista su Firenze, e al suo interno troviamo il grande e suggestivo salonerefettorio con soffitto a cassettoni e pulpito, oggi adibito a sala convegni, e collegato alla bella cucina monumentale, in cui sono ancora conservati elementi di grande pregio e suggestiva presenza, come il grande camino sostenuto da colonnine lapidee e l'antico acquaio in pietra. Al piano superiore si sviluppa l'ostello, diviso in varie camere, arredate ispirandosi
agli "spedali" medievali.La corte è circondata da un loggiato costituito da cinque arcate con arco a tutto sesto ribassato, sorrette da massicci pilastri quadrangolari. Nei vani seminterrati contigui a tale loggiato, si può ammirare l'affascinante stanza del bucato che conserva ancora l'incavo murato per posizionare la "conca" per
il lavaggio dei panni, ed un interessante sistema di canalizzazione delle acque. In questi vani è infatti possibile osservare la costruzione di un singolare manufatto laterizio, che corre parallelamente all'andamento della muratura stessa del vano, costituito da arcate sorrette da massicci e tozzi pilastri che sorreggono tale struttura la quale risulta scavata internamente per il contenimento e la canalizzazione dell'acqua: in pratica una sorta di antico acquedotto.

 

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